Estroflessione

Un tronco.

Foglie. L’insieme visivo, il reale stagliato contro il cielo grigio, azzurro, bianco.
E l’immaginario. La parte celata dell’essere. Dell’essere un albero, un uomo. La bellezza che trae esistenza da radici invisibili.
La bellezza di una donna misteriosa, un’amante segreta. Io le foglie e il tronco, lei tutto il resto.
Io traspiro la luce, luccico di goccioline di pioggia, trattengo sospesa la neve, ospito canti e silenzi; io assorbo avido, ed evaporo.
Io il ciclo reiterato ma mai uguale, e perciò continuo, della vita. Lei ciò che l’ha generata, per poi ritrarsi.
Io la sofferenza alla brezza, lo sgomento e l’estasi nel temporale; lo sfrondare nella sofferenza. Lei al riparo, muta, che si esprime con me, tramite me.
Lei separata da me, eppure me: spiritualità, divinità, interiorità, indefinibilità.
Io vedo la luce sorgere e, la stessa, tramontare. Io vedo splendere il sole, e vedo lo splendere della luna; vedo le luci delle città di notte, e ogni sfumatura del giorno.
Tutto ciò che vedo è bello. Ma io guardo con occhi ciechi.
Sento il calore del suo corpo, il suo respiro, i suoi gemiti, che sono i miei gemiti, eppure non ho il ricordo del suo viso.
Lei vive dove io vivo, siano viali, parchi, marciapiedi. Io sono ciò che ella è.
Lei affiora, frantumando rumorosa le superfici. Io appaio su di lei, grazie a lei, come lei.
Come lei quando io non sono più, quando lei non è altro che radici nude al sole, tagliate dal tronco e dalle foglie, da ciò che appare. Io appaio.
Apparire, ed essere.
Io sono questo.

18/8/89

(Ripensando ad Alexander Calder)

Alex Calder è stato uno degli artisti che più mi hanno ispirato negli anni. Soprattutto i suoi mobiles, che vidi qui a Torino ad una sua mostra.
Il movimento delle sue “sculture” aeree mi ha aperto gli occhi sulla realtà del mondo. Tutto si muove, se solo c’è un alito di vento…
Il vento… Già. Io sono nato in un paese di mare, nel golfo di Gaeta. Sono un uomo da sempre esposto alla Rosa dei Venti. Ce ne sono di dolci, di torridi, gelidi, di impetuosi e impietosi.
Ho scritto dei racconti, intitolati proprio alla Rosa dei Venti, anche quelli mai pubblicati, ma è soprattutto dentro di me che i venti di terra e di mare hanno abitato e abitano.
Io sono come il vento di Ponente. Soffia a raffiche, da occidente. Sale sempre più forte, per poi cadere all’improvviso nel silenzio più assoluto. Un tonfo. Un istante prima sembra poterti sollevare, ti investe con tutta la sua violenza possente, ti allarga le braccia, ti sposta all’indietro per poi crollare e lasciarti muto e mutevole.
Trascorrono molti istanti prima che si avverta di nuovo il suo soffio venire di nuovo da lontano. E’ un soffio debolissimo, dolcissimo, che poi si rafforza poco a poco e torna ad investirti irriverente, come se tu fossi suo, come se tu fossi un gabbiano in volo sulle onde.
Forza e crollo. Io sono come il vento di Ponente.
Mare, acqua, luce, vento, orizzonte. Questo è il mio mondo, da sempre, anche laddove è buio, laddove non si vede nulla, io guardo sempre questo spettacolo in bilico con se stesso.

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