Il fiume

immagine sul rosso di roberta franza

Il Fiume

 

Nella campagna aperta i bassorilievi delle montagne,

le distese ineguali dei campi,

a volte qualche collina, qualche cascina, scorrono lentamente,

a lungo quasi immobili e poi improvvisamente mutati;

non si fa caso ai pali dell’elettricità

che si ripetono, scompaiono,

ritornano, se non quando interrompono

con la loro monotonia la linea dell’orizzonte.

Oltre, il cielo luminoso, cromato,

si ampia a campata, appena solcato da

stormi di uccelli, rare fortunate volte

-altre invece da neri caccia aerei che si abbassano in volo.

Lì dove prima c’erano fioriture bianche e rosa,

e prima ancora nebbie a banchi,

ora appaiono balle di grano in grossi rotoli lasciati in file nei campi appena mietuti,

divenuti gialli ocra al sole.

Distanti, potenti getti d’acqua si spandono a braccio, piovono,

su altre colture ancora verdi.

Spesso, anche, camion e pale meccaniche

lavorano sugli argini di qualche canale dal letto in cemento armato;

di tanto in tanto presenze umane chine sulla terra, o sedute sui trattori, la vivificano, la ordinano, la asservono.

Al di là di una curva, fluttuante nella vegetazione spontanea, il fiume compare all’improvviso, inatteso, eppure bramato come un presagio.

A volte è marrone, a volte verde,

a volte, specie nei grigi mattini d’Inverno, lucente come una lamina d’argento;

altre, mi sembra, quasi azzurro.

Compie un’ansa, di lontano, come se si perdesse tra gli alberi

assieme al mio sguardo fugace.

Non vi ho mai veduto barche navigarlo,

ma una volta che il treno rallentava,

da sopra il ponte in ferro che lo attraversava ad archi,

e potei abbagliarmi della sua luce riflessa,

ho creduto di vedervene una, non sapevo se di pescatori, o di chi altri.

Era una barca a remi, di legno, col fondo piatto adatto ai fiumi.

Forse era un miraggio, per quanto verosimile,

ma colui che era a bordo,

invece di remare se ne stava sdraiato sul fondo,

la testa appoggiata alla sponda posteriore, le mani dietro la nuca,

i gomiti sporgenti fuori della barca.

Abbandonato alla corrente, non gli importava che la barca girasse lentamente su se stessa, a volte un po’ di sbieco,

a volte di traverso,

a volte in linea col fluire immobile dell’acqua.

No: non credo che sarebbe mai arrivato al mare;

penso che anche lui sapesse che prima o poi avrebbe cozzato

dolcemente su una riva,

e lì si sarebbe fermato, sdraiato ancora nella barca, tra gli alberi,

a contemplarne e custodirne il se-greto.

17 Giu 1991

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